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    Giuliano Amato

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    ggallozz

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    Giuliano Amato

    Messaggio Da ggallozz il Sab Gen 24, 2015 9:05 am

    (Marco Travaglio da[Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link], 21-24 gennaio 2015)

    Questa non è una biografia, ma un ritratto collettivo, perché il biografato è multiplo. Tutti lo chiamano Giuliano Amato, ma – tralasciando l’ossimoro del cognome – è più corretto parlarne al plurale: i Giuliani Amati. Pablo Picasso conobbe soltanto quattro periodi: quello blu, quello rosa, quello del cubismo analitico e quello del cubismo sintetico. Nel nostro caso, c’è ben di più e di meglio. C’è l’Amato socialista unitario amico del Pci e della Cgil. C’è l’Amato giolittiano che nel 1976, dopo la svolta dell’hotelMidas con l’ascesa di Craxi a segretario, lo chiama  “cravattaro” e “au  tocrate”. C’è l’Amato craxiano anticomunista. C’è l’Amato scalfariano (nel senso di Scalfaro) e filocattolico. C’è l’Amato scalfariano (nel senso di Scalfari) e laico. C’è l’Amato filoberlusconiano. C’è l’Amato dalemiano. C’è l’Amato neoulivista. C’è l'Amato solipsista che sta solo con se stesso. C’è l’Amato equivicino che sta con tutti. C’è l’Amato montiano e anticasta che insegna come tagliare i costi della politica in cui sguazza da mezzo secolo. C’è l’Amato napolitaniano che si parcheggia alla Consulta in attesa di ereditare il trono di re Giorgio. C’è l’Amato che ogni dieci anni si ritira dalla politica e c’è l’Amato che ogni volta vi rientra senza mai esserne uscito, candidato a tutto e assiso dappertutto, anche se finge sempre di non essere stato da nessuna parte. Il professionista a contratto. Craxi, che lo conosceva bene, lo definì “un tecnocrate, un ottimo professionista che lavora a contratto... un Giuda, un opportunista che strisciava ai miei piedi e ora striscia a quelli degli altri per salvarsi la pelle”. Fu quando il suo ex Tigellino cominciò a far finta di non averlo mai conosciuto. Un uomo per tutte le stagioni, che in ciascuna ha lasciato segni e impronte indelebili. Non digitali, però: infatti è uno dei due o tre ex ministri socialisti mai sfiorati da inchieste giudiziarie. Nato a Torino il 13 maggio 1938 da una famiglia di origini siciliane che presto si trasferirà in Toscana, Amato studia al liceo classico Niccolò Machiavelli di Lucca. Poi s’iscrive e si laurea in Giurisprudenza alla Normale di Pisa, aggiungendo nel 1962 un master alla Law School della Columbia University. Dal 1975 insegna Diritto costituzionale comparato alla Sapienza di Roma. Politicamente nasce nel Psiup (Partito socialista italiano di unità proletaria), poi trasloca armi e bagagli nel Psi come testa d’uovo della corrente di sinistra di Antonio Giolitti. Nel 1978 fonda con Giorgio Ruffolo il gruppo “Progetto Socialista”. E nel 1979, sempre da sinistra, tuona contro le “forme degradanti”del dibattito interno dopo lo scandalo delle tangenti arabe Eni-Petromin. La questione morale è talmente bruciante che Franco Bassanini e altri lasciano il partito, nel frattempo agguantato da Bettino Craxi. Ma lui no. Anzi, diventa a poco a poco il consigliori più ascoltato di Bettino, che solo pochi anni prima chiamava “il cravattaro”, scalando a passo di marcia tutti i gradini fino al vertice del partito. Il servo serve. Il 7 luglio 1981 è in partenza per un viaggio di studi a Washington e teme che, insomma, lontan dagli occhi lontan dal cuore di Craxi (con annessi sorpassi di altri arrampicatori garofanati). Così prende carta e penna e, su carta intestata del direttore della Facoltà di Scienze politiche della Città Universitaria di Roma, gli scrive una lettera strisciante alla Sir Biss, per mettersi a sua completa disposizione, anche dall’altra sponda dell’oceano, e mendicare un incarico purchessia, anche di “portavoce”, per “rendermi utile” e “farmi usare, se serve”. E, già che c’è, vellica le fregole ducesche del Capo facendogli balenare quel progetto di Repubblica presidenziale che lui stesso ha lanciato un anno prima dalle colonne di Repubblica.
    Caro Bettino, vorrei proprio poterti parlare (ti cercherò attraverso Serenella (Carloni, la segretaria di Craxi, ndr), per due questioni: - Una personale: ormai si avvicina il tempo della mia partenza per Washington (25 agos to)  ”. S tarò lì – prosegue Amato – diversi mesi: per rendermi utile al partito, non potrei avere una qualche investitura, che mi permetta di avere rapporti per conto del Psi, di farmi usare – se serve – come tramite, portavoce etc? - Una istituzionale: da tempo, prima per la verità delle elezioni francesi, arrivano da varie parti sollecitazioni a riprendere il discorso presidenziale. Se Craxi ci sta – sen  to dire – il polo laico lo aggregherà con questa carta. Riflettici con calma. Ma definiamo una linea. A presto. Giuliano”.

    ZAMPINO & ZAMPINI.
      Nel marzo 1983 esplode a Torino la prima Tangentopoli d’Italia. Il sindaco comunista Diego Novelli riceve la denuncia di un imprenditore costretto a pagare tangenti e lo accompagna alla Procura della Repubblica. Finiscono in carcere il faccendiere Adriano Zampini, il suo amico vicesindaco Enzo Biffi Gentili col fratello Nanni, il capogruppo comunista in Regione Franco Revelli, mentre il suo collega del Comune, Giancarlo Quagliotti è indagato assieme a tanta altra bella gente del Psi, del Pci e della presunta opposizione Dc. Craxi tuona subito contro  “la deliberata ferocia delle procedure e l’inumana spettacolarità che mi auguro sia stata soltanto casuale, viste le conseguenze di eccezionale gravità causate alle istituzioni locali”.E nomina commissario del partito Giusy La Ganga, il quale però finisce subito pure lui sott’in  chiesta. Così Bettino – che sta per diventare presidente del Consiglio –manda sotto la Mole il professor Amato, al suo primo incarico ufficiale. Per cominciare, Amato fa un cazziatone a Novelli. “Mi rimproverò – ricorda l’ex sindaco rosso – di non avere ‘risolto politicamente la questione’ anziché andare dai giudici”. Cioè di non averlo insabbiato. Lui la  “soluzione politica” – come dimostrerà in seguito – ce l’ha nel sangue. Piero Fassino, giovane e smilzo segretario della Federazione torinese emembro della Direzione nazionale del Pci, si presenta il 7 aprile al Comitato centrale e spara a zero sulla predisposizione di certi socialisti a rubare. Amato gli risponde per le rime, alla maniera craxiana: “Abbia  mo sopportato con pazienza, per giorni, le dichiarazioni che Fassino ha fatto sul nostro partito, derivando dalla nostra natura e dal nostro modo di fare politica le degenerazioni su cui inquisisce la magistratura. Ora la pazienza è finita e corrono il rischio di finire anche il garbo e la riservatezza con cui abbiamo trattato sin qui i protagonisti comunisti (e ce ne sono a vario titolo) di questa vicenda. Dico solo, per ora, che Fassino, mettendo in discussione la nostra dignità di interlocutori politici, ha trovato la via migliore per ritardare la conclusione delle trattative in corso (per rifare la giunta Pci-Psi, ndr). Noi potremo a questo punto rifiutarci di andare all’incontro con il Pci. Se all’incontro non ci verrà formalmente assicurato che Fassino ha espresso sul Psi opinioni puramente personali, la trattativa finirà lì... Le strade della governabilità sono sempre più di una”. Come dire: se il Pci non la smette di fare del moralismo, ci rivolgiamo alla Dc. Fassino replica a stretto giro: “Con vivo stupore ho letto le dichiarazioni del professor Amato. Trovo francamente incomprensibile che si pretenda di sindacare e censurare un intervento fatto in qualità di membro del Comitato centrale. Non riesco a capire il senso di questa gratuita polemica. Sarei lieto di trovare nei socialisti torinesi lo stesso spirito di autocritica che contraddistingue il comportamento
    mio e dei comunisti torinesi”. Di autocritica, ovviamente, non ci sarà traccia, e ben presto Novelli dovrà lasciare il campo a un pentapartito, guidato ovviamente da un socialista, Giorgio Cardetti.

    IL TESTA-CODA.
      Il 27 giugno 1983 si vota per le elezioni politiche nazionali. E Amato, candidato per la prima volta alla Camera, risulta il socialista più votato in Piemonte: quasi 33 mila preferenze, al primo colpo. Di quella campagna elettorale si parlerà a lungo, a Torino. Perché l’irrompere di Amato, con la diretta investitura di Craxi, semina lo scompiglio nei giochi correntizi del Garofano subalpino. Fino ad allora comandano La Ganga per i craxiani e Antonio Salerno per la sinistra interna. Si tratta di trovare un valido supporter per la campagna del professor Amato. Che, in seguito a forti pressioni del vicesegretario Claudio Martelli, viene “adottato” da uno dei signori delle tessere socialisti: Francesco Coda-Zabet, altro esponente della sinistra con solidi agganci nelle autostrade, nella sanità e nelle banche. “Per quella prima campagna di Amato – ci raccontò anni fa un alto esponente del Psi dell’epo  ca, che ci chiese l’anonimato – fu preventivata una spesa di 1 miliardo di lire. E non fu facile trovare tutto quel denaro. Ma chi lo fece si svenò volentieri, sperando che Giuliano si rivelasse un buon  ‘investimento’. Gli amici di Coda riuscirono a racimolare 700 milioni. Gli altri 300 li procurò l’entourage di Giuseppe Rolando, assessore socialista ai Trasporti, che però di suo non aveva mai una lira ed era solito ricorrere a sistemi di approvvigionamento, diciamo, ‘alternativi’...”. Le indagini del giudice istruttore Sebastiano Sorbello dimostreranno che Rolando prendeva tangenti sugli appalti comunali dei trasporti, e si faceva pure finanziare dai cambisti di Saint-Vincent rilasciando in garanzia assegni a vuoto o postdatati. Amato dichiarerà di aver speso, per quella campagna, 50 milioni di lire. Ma il nostro interlocutore, l’Anonimo Socialista, aggiunge un racconto di seconda mano che, se fosse vero, sarebbe davvero avvincente: “Ap  pena eletto, Amato volò a Roma per diventare sottosegretario alla presidenza del Consiglio del nuovo governo Craxi. E quasi subito si dimenticò degli amici che l’avevano aiutato, lasciandoli pieni di debiti. Coda-Zabet e Rolando, infuriati, decisero di chiedergli indietro i soldi. Partirono per Roma e gli diedero appuntamento in un ristorante. Quando Amato arrivò a mani vuote, Coda perse la pazienza, impugnò una sedia e cominciò a rotearla per aria, minacciando di colpirlo, mentre Rolando tentava di calmarlo e Amato guadagnava rapidamente l’uscita. I due se ne tornarono a Torino con un pugno di mosche in mano”.

    Nella Torino dei primi anni 80 il professorino Giuliano Amato, che Giampaolo Pansa ed Eugenio Scalfari chiamano il Dottor Sottile per l’affilatezza delle sue tesi giuridiche e del suo fisico da roditore, può permettersi di fare l’intel  lettuale socialista. Tanto, a occuparsi delle prosaiche cose di questo mondo, comprese le faccende di vil danaro, provvedono per lui i capatàz della sinistra del Psi subalpino. Il Cartòfago. Li abbiamo già visti all’opera nella raccolta dei finanziamenti da un miliardo di lire per fargli conquistare nel 1983 il suo primo seggio da deputato. Uno è Francesco Coda-Zabet, profumiere e ras delle tessere, che si vanta spesso di riuscire, volendo, a “far eleggere una pompa di benzina”. È detto “il cartofago”, per l’abilità con cui a un congresso riuscì a mangiarsi la lista dei candidati di opposizione per levarseli di torno. L’altro è l’assessore ai Trasporti Giuseppe Rolando, che di lì a poco finisce in carcere per le mazzette sui “semafori intelligenti”: la Guardia di Finanza gli trova addosso un pacco di assegni scoperti e, intercettandogli il telefono, ascolta più di un accenno ai rapporti fra lui, Coda e Amato. Anche Coda-Zabet finisce dentro nel 1987 (verrà poi assolto), per un giro di tangenti sugli appalti ospedalieri. E lì, nella sua cella di isolamento alle carceri Nuove, viene visitato dallo storico cappellano, padre Ruggero Cipolla. Che finisce pure lui agli arresti per un episodio ai confini della realtà. Il frate cappuccino, in visita al politico detenuto, gli consegna – come ammetterà lui stesso – un bigliettino con i “saluti” e gli “incoraggiamenti” di “alcuni amici, anche politici, socialisti e non”, interessati ovviamente al suo silenzio. Prima che gli agenti penitenziari riescano a sequestrarglielo, Coda il Cartofago lo legge, lo memorizza in un battibaleno, se lo infila in bocca, lo mastica e lo inghiotte. Interrogato sui nomi dei firmatari, padre Cipolla rifiuterà sempre di rispondere. Gli “amici socialisti e non” ringraziano. Il primo SalvaSilvio. Nell’ottobre del 1984 Craxi è presidente del Consiglio da un anno e mezzo, e Amato è al suo fianco come sottosegretario a Palazzo Chigi. Tre pretori – Giuseppe Casalbore di Torino, Eugenio Bettiol di Roma e Nicola Trifuoggi di Pescara – decidono di far rispettare la legge che vieta alle tv della Fininvest di Silvio Berlusconi di trasmettere in contemporanea (“inter  connessione”) su tutto il territorio nazionale, come può fare legittimamente soltanto la Rai. E pongono sotto sequestro gli impianti fuorilegge. Il Cavaliere potrebbe seguitare a trasmettere i programmi (tutti registrati su appositi nastri, le famose “pizze”) a orari scaglionati sulle sue varie emittenti locali consorziate nei network Canale5, Rete4 e Italia1. Invece decide di oscurarle del tutto, per poter dare la colpa ai giudici “comunisti” e chiamare il popolo dei Puffi e delle telenovelas alla rivolta contro l’illiberale tentativo di applicare una legge dello Stato (nella fattispecie: una sentenza della Corte costituzionale). Il presidente del Consiglio Craxi, in quel momento in visita ufficiale a Londra, annulla l’appuntamento con Margaret Thatcher e torna precipitosamente a Roma per varare in tutta fretta un apposito decreto legge (il “decreto Berlusconi”) per risolvere politicamente la questione, vanificando il provvedimento della magistratura. E legalizzando ex post l’illegalità. E anticipando di tre giorni la convocazione del Consiglio dei ministri (che si riunisce di sabato) in seduta straordinaria: mai vista tanta urgenza, nemmeno per l’alluvione del Polesine e i terremoti in Belice, Friuli e Irpinia. L’estensore della legge vergogna pro B. – la prima di una lunga serie – è il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giuliano Amato.
    Il provvedimento – assicura Palazzo Chigi – è solo temporaneo, per dare tempo alle Camere di varare un’organica disciplina del Far West televisivo. Balle. Persino il Parlamento italiano si ribella a cotanto sconcio, e vota a sorpresa per l’incostituzionalità del decreto. Così i pretori tornano a imporre la legge, e il Cavaliere a “oscurare” il suo network, con annessa campagna vittimistica di spot e programmi-piagnisteo. Stavolta Palazzo Chigi minaccia i partiti alleati di andare alle elezioni anticipate se non verrà salvato Berlusconi. Orgasmo da Rotterdam. Il tempo stringe, il decreto sta per decadere, la sinistra annuncia ostruzionismo in Parlamento. Così Palazzo Chigi (i soliti Craxi & Amato) strappa al presidente del Senato (Francesco Cossiga) il contingentamento dei tempi per i singoli interventi delle opposizioni. Poi, per far decadere gli emendamenti, pone la questione di fiducia. Tanto, si dice, gli effetti del decreto scadono il 6 maggio 1985: da quella data Berlusconi non potrà più trasmettere senza una nuova legge Antitrust: “Sino all’approvazio  ne della legge generale sul sistema radiotelevisivo – si legge nel decreto – e comunque non oltre sei mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto, è consentita la prosecuzione dell’attività delle singole emittenti televisive private...”. Ma la nuova legge non arriva e  l’ultima  tum di sei mesi è pura finzione: Palazzo Chigi (i soliti Craxi & Amato) concede all’amico Silvio un’altra proroga fino al 31 dicembre 1985. Data peraltro fittizia pure quella: il governo Craxi & Amato stabilisce che il decreto non è “provviso  rio”, bensì  “transitorio”. In pratica, eterno. Il 3 gennaio 1986, scaduta la proroga, basta una “no  ta”del sottosegretario Amato per comunicare che la normativa non necessita di ulteriori proroghe legislative. Con tanti saluti alla legge, che dice  “co  munque non oltre sei mesi...”. Silvio è salvo. Nel 2009 l’inviato di Repor t Bernardo Iovene gli ricorderà quel trucchetto del decreto “transitorio” che diventava perpetuo. E lui, anziché arrossire e nascondersi sotto il tavolo, s’illuminerà d’immenso e d’incenso: “Sa, noi giuristi viviamo di queste finezze: la distinzione fra transitorio e provvisorio è quasi da orgasmo per un giurista... Quando discuto attorno a un tavolo tecnico e qualcuno dice ‘questa cosa è vietata’, io faccio aggiungere ‘ten  denzialmente’...”. Dev’essere per questo che oggi è giudice della Corte costituzionale. Il Partito degli Affari.
    Nel 1985 l’ingegner Carlo De Benedetti si accorda con l’Iri di Romano Prodi per acquisire il colosso alimentare Sme, un carrozzone che perde miliardi e accumula debiti. Ma Craxi non gradisce e si mette di traverso. Amato esegue: “Minacciò – scriverà Giancarlo Perna su  Il Giornale (mai smentito) – il ministro delle Partecipazioni Statali Clelio Darida di sbatterlo all’Inquirente, se non avesse bloccato il mercimonio. Darida obbedì. Allora si fecero avanti Barilla, Ferrero e Berlusconi”. Il pre-contratto con l’In  gegnere fu annullato, poi il contenzioso civile venne risolto dalla solita cricca dei giudici amici di Previti. Nel 1986-87, riecco Amato alle prese con le privatizzazioni: stavolta c’è da vendere l’Alfa Romeo (gruppo Iri). Si fanno avanti la Fiat e, con un’of  ferta molto più vantaggiosa, l’americana Ford. Nel Psi prevale il partito della Ford. Ma Amato rovescia gli equilibri e li porta sulla Fiat, che si aggiudica per un pezzo di pane l’unica azienda concorrente rimasta sul mercato interno. Ricorderà Craxi in un fax molto allusivo inviato nel 1995 ai Cobas dell’Alfa di Arese (parti civili nel processo di Torino a Cesare Romiti per falso in bilancio e finanziamento illecito al Psi): “Amato, come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, si occupò certamente della vicenda, mentre non se ne occupò, che io ricordi, l’intero partito. Di ritorni economici... a partiti o soggetti singoli non so nulla. Certamente non ne ebbe il partito...”. Amato, dunque, pro Fiat e altri socialisti contro: per esempio Giusy La Ganga e Giulio Di Donato. Quest’ultimo –interrogato dai pm di Torino –dipinge Amato come una sorta di zerbino ai piedi di Romiti: “La sezione locale e aziendale di Pomigliano d’Arco era orientata con maggior favore verso la cessione alla Ford. Anche il Pci locale aveva questa posizione insieme ai sindacati. Poi venni chiamato dall’on. Amato, che mi disse che la soluzione Fiat era di gran lunga migliore, sotto il profilo politico, della soluzione Ford”. E Fiat fu.

    Il governo Craxi, nato nel 1983, tramonta nel 1987. In quel lustro Giuliano Amato è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e consigliere economico-giuridico del premier. E i risultati non si fanno attendere. Nel 1983 il debito pubblico è di 234.181 milioni di euro. Nell’84 è già salito a 284.825, nell’85 a 346.005, nell’86 a 401.498 e nell’87 a 460.418. Raddoppiato nel giro di cinque anni. Siccome il talento va premiato, il Dottor Sottile viene promosso ministro del Tesoro nei governi Goria (di cui è pure vicepremier) e De Mita, dal 1987 all’89. E in quel biennio il debito pubblico galoppa a 522.731 nel 1988 e a 589.995 nel 1989. Un trionfo. Sotto la regìa del Dottor Sottile, De Mita è costretto alla più sanguinosa stangata mai vista in Italia fino ad allora: roba da 49 mila miliardi, per colmare il buco che lo stesso Amato ha contribuito a scavare fino al giorno prima. Nel 1989, con l’ascesa di Andreotti a Palazzo Chigi, Craxi richiama il suo Tigellino in via del Corso: vicesegretario vicario (un po’ più vicesegretario dell’altro, Giulio Di Donato) e grande architetto della  “Grande Riforma” costituzionale. Lui, nel maggio 1989, dalla tribuna del 45° congresso di Milano, quello sormontato dalla piramide del geometra Panseca fra “nani e ballerine” (co py r i g h  Formica), rilancia il suo vecchio pallino della Repubblica presidenziale, con il capo dello Stato eletto dal popolo. Un trono su misura per Bettino. Eterna fedeltà. Il potere di Amato nella pochette di Craxi è enorme e, inevitabilmente, suscita invidie e rancori fra i  “compagni”. Qualcuno tenta di seminare zizzania fra i due, insinuando che l’agile Topolino amoreggi in segreto con Scalfari e il gruppo Espresso-Repubblica-DeBenedetti, che sta per incrociare le armi con il filocraxiano Berlusconi nella guerra di Segrate per il controllo della Mondadori. Il 27 luglio 1989 Amato prende carta e penna e, su carta intestata della Camera, scrive una lettera a Bettino per mettersi al suo servizio, giurargli eterna fedeltà e smentire le voci sul suo presunto flirt con Scalfari e quella che Craxi chiama “la nota lobby”. Ma anche per fargli sapere, allusivo come sempre, che il ruolo di vicesegretario gli va stretto e pensa a “cosa fare da grande”.
     “Caro Presidente, ti sono molto grato per la tua offerta rinnovata di collaborazione. Sarà al centro della riflessione su cosa dovrò fare da grande. Vorrei intanto pregarti di riflettere tu su una cosa, di cui mi giungono voci (imprecise, ma inevitabilmente tali quando ci sono dubbi e sospetti non affrontati apertamente e lasciati alla perfidia dei corridoi; è stato comunque De Michelis a parlarmene). Cancella l’idea che io sia legato al giro di ‘Repubblica’. È infondato. Solo con i loro giornalisti economici, come con quelli degli altri, ho avuto rapporti da ministro del Tesoro. Per il resto, ti ho sempre detto tutto: sai che sono amico di Vittorio Meana ([Vittorio Ripa di Meana, storico avvocato civilista del gruppo Espresso e consigliere di Carlo De Benedetti, dal caso Mondadori in giù, ndr] che, grazie anche alla mia amicizia, è passato al voto socialista); sai che ho incrociato Scalfari a qualche rara cena, quasi sempre e cioè due o tre volte a casa di Elisa Olivetti. Non c’è altro. E chiunque capisce che Scalfari, dopo avermi bistrattato quando ero al Tesoro, ha ora usato disinvoltamente la mia uscita per criticare te. Pensa che anche Rodotà mi si è ridimostrato improvvisamente amico. Se le cose non fossero così, non avrei rinunciato a 48 milioni l’anno e una rubrica che mi piaceva su ‘L’E s p re ss o’ dopo l’affare Malindi [lo scoop di  ‘Re p u b b l i ca  ’ su Claudio Martelli fermato a Malindi con qualche spinello in tasca, ndr]. Non ho altro da dire su un problema inesistente. Ti auguro solo di avere dagli altri la lealtà assoluta che hai sempre avuto da me e che continuerai ad avere, insieme a una sicura amicizia, qualunque cosa io abbia a fare da grande. Tuo Giuliano”.

    Il silenzio è d’oro.
      Nel 1990 c’è di nuovo puzza di mazzette, e tanto per cambiare sono targate Psi. Questa volta a Viareggio, sull’appalto per la costruzione della nuova Pretura: una stecca di 270 milioni di lire in cerca d’autore, cioè di destinatario. L’unica certezza è che la mazzetta transita per le mani dei socialisti locali per poi approdare, almeno in parte, nelle casse romane del Psi. I compagni viareggini pensano bene di scaricare la colpa sul morto: il senatore ed ex sottosegretario Paolo Barsacchi, scomparso quattro anni prima, che non c’entra nulla, ma non può smentirli. Purtroppo per loro, è sopravvissuta la vedova, Anna Maria Gemignani, che non ci sta e fa sapere che non accetterà che il caro estinto faccia da capro espiatorio dei compagni vivi. Insomma minaccia di raccontare come sono andate veramente le cose, con nomi e cognomi. Il 21 settembre riceve una chiamata: è Amato. Che, non trovandola in casa, le lascia un messaggio sulla segreteria telefonica. Lei lo richiama poco dopo e, intuendo il motivo della telefonata, aziona il registratore. Infatti, per 11 minuti e 49 secondi, il vicesegretario del Psi la esorta all’aurea virtù del silenzio, con la sua inconfondibile vocetta melliflua. Amato:  “Anna Maria, scusami, ma stavo curandomi la discopatia, ma vedo che questa situazione qui si è arroventata”. Gemignani: “Ti ascolto”. A: “La mia impressione è che qui rischiamo di andare incontro a una frittata generale per avventatezze, per linee difensive che lasciano aperti un sacco di problemi dal tuo punto di vista... Troverei giusto che tu direttamente o indirettamente entrassi in quel maledetto processo e dicessi che quello che dicono di tuo marito non è vero. Punto. Non è vero. Ma senza andare a fare un’operazione che va a fare quello non è lui, ma è Caio, quello non è lui ma è Sempronio. Hai capito che intendo dire? Tu dici che tuo marito in questa storia non c’entra. Questo è legittimo. Ma a... a... a... a Viareggio hanno creato questo clima vergognoso, è una reciproca caccia alle streghe, io troverei molto bello che tu da questa storia ti tirassi fuori”. G: “Giuliano, io voglio soltanto che chi sa la verità la dica”. A:  “Ma vattelapesca chi la sa e qual è. Tu hai capito chi ha fatto q u a l co s a?  ”. G: “Io penso che tu l’abbia capito anche te”. A: “Ma per qualcuno forse dei locali sì, ma io non lo so, non lo so. Ma vedi, noi ci muoviamo su cose diverse. Questo non è un processo contro Paolo, ma contro altri...”. Quel  “per qualcuno dei locali forse sì” fa pensare che qualcosa, se non tutto, Amato lo sappia. Ma quando viene chiamato a testimoniare dai giudici, che hanno ricevuto dalla vedova Barsacchi il nastro con la registrazione, giura di non sapere nulla di nulla. Alla fine comunque la manovra col morto (“Pretura d’oro, colpa dei morti”, titola  La Nazione) fallisce, grazie anche alla tenacia di Annamaria, che ignora gli amorevoli consigli di Amato. Il 13 dicembre 1990 i veri colpevoli della tangente vengono condannati, e sono tutti vivi: Barsacchi viene scagionato e la sua memoria riabilitata.
     Quando il Fatto pubblicherà la telefonata, con tanto di audio, Amato scriverà a Repubblica per minimizzare: “Non avevo affatto invitato la signora a non fare i nomi di coloro che le risultavano colpevoli”, ma solo “a non fare i nomi di persone su cui non aveva alcun indizio di colpevolezza, pur di salvaguardare la memoria di suo marito. Il tribunale ne prese atto e finì lì”. Mica tanto. Nella sentenza, i giudici del Tribunale di Pisa, Alberto Bargagna, Carmelo Solarino e Alberto De Palma, parlano anche di Amato: la sua telefonata alla vedova mirava a scongiurare  “una frittata, intendendo per tale un capitombolo complessivo del Partito socialista”. E si domandano come mai  “nessuno di questi eminenti uomini politici come Giuliano Vassalli (all’epoca ministro socialista della Giustizia,  ndr) e Amato stesso si siano sentiti in dovere di verificare tra i documenti della segreteria del partito per quali strade da Viareggio arrivarono a Roma finanziamenti ricollegabili alla tangente della Pretura di Viareggio”.
    Non vedo, non sento, e comunque non parlo.

    Il Corazzier Sottile.
      Nel 1990 il presidente Francesco Cossiga, sentendosi attaccato dal premier Andreotti, dalla sua Dc guidata da De Mita, dal Pds di Occhetto e Violante e dal gruppo Repubblica-Espresso, comincia a esternare a tutto spiano, “picconando” i suoi nemici veri o presunti. Craxi gli piazza alle costole Giuliano Amato, che diventa uno dei consigliori più ascoltati del Quirinale. Il risultato è che il Psi è l’unico partito, insieme al Msi di Gianfranco Fini che pure lo difende, a essere risparmiato dalla furia cossighiana. Il Pds prepara la richiesta di impeachment, spalleggiato da Eugenio Scalfari, che chiede per il presidente addirittura la perizia psichiatrica. Il 1° maggio 1991 Amato spara a zero: “Il capo dello Stato è oggetto di un’autentica campagna che, a ondate successive, persegue l’esplicito scopo di destabilizzare le istituzioni”. L’indomani il presidente dei senatori Dc, Nicola Mancino, risponde a muso duro sull’Unità: “Amato farebbe bene a fare nomi e cognomi dei complottatori. Per quanto ci riguarda l’idea di una nostra compartecipazione al complotto è semplicemente ridicola”. Il 3 maggio, sempre sull’Unità,è Giorgio Napolitano a strapazzare il Dottor Sottile:  “C’è da chiedersi a chi possa giovare il sempre più ostentato schierarsi del Psi come ‘partito del presidente’, contro tutti i supposti protagonisti e complici di un presunto complotto contro il capo dello Stato... Cossiga è purtroppo attivamente coinvolto in una spirale di quotidiane polemiche, di difese e di attacchi di carattere personale e politico, fino alla sconcertante e francamente inquietante distribuzione di etichette e di voti a giornali... Perché Amato non confuta nel merito le tesi di chiunque tra noi, come sarebbe legittimo, anziché emettere indistinte denunce, riferendosi a una campagna contro il capo dello Stato che sarebbe stata promossa non si sa bene da chi e per quali calcoli, e di cui sarebbe partecipe il Pds? Non ci si risponda con la facile formula del  ‘partito trasversale’ ”. Amato, nella sua replica, non evoca il partito trasversale, ma – con ventuno anni di anticipo  – l’asse Napolitano-Mancino:  “Ho parlato di campagna, non di complotto. Spiace dover constatare che prima Mancino, poi Napolitano ritengano che si tratti della stessa cosa”.
    Vent’anni dopo, con Napolitano al Colle, Amato e Scalfari diventeranno i più fedeli corazzieri del Quirinale. Amato verrà nominato giudice costituzionale e sia Re Giorgio sia Scalfari lo candideranno come successore al trono. Come passa, il tempo.

     Dopo aver regalato nel 1987 l’Alfa Romeo alla Fiat a prezzi di saldo, lo Stato nel 1992 prepara un altro gradito dono miliardario al gruppo Agnelli-Romiti, a sua volta molto prodigo di mazzette ai partiti di governo: 3 mila miliardi di fondi pubblici per il nuovo stabilimento di Melfi, in Basilicata. Fiat, Amato Sicuro. I retroscena li racconterà quattro anni dopo l’ex vicesegretario socialista Giulio Di Donato dinanzi al gup torinese Francesco Saluzzo, nel processo con rito abbreviato a Romiti per falso in bilancio e finanziamento illecito al Psi. Gup: “Le è mai capitato di parlare con Balzamo (lo scomparso tesoriere del Psi, ndr) dei canali di finanziamento del partito?”. Di Donato: “Mah, in maniera molto generica: Balzamo non rivelava le fonti del finanziamento, né di quello lecito né di quello non lecito. Credo che lui avesse un rapporto di questa natura con il vicesegretario vicario, Giuliano Amato. Vicario, cioè quello che si occupava di mantenere rapporti più assidui, più in contatto col segretario Craxi”. G: “Lei cosa sa di contatti con Cesare Romiti?”. D: “Un mese e mezzo prima delle elezioni (dell’aprile ’92, ndr) ci fu una visita di Romiti al quinto piano di via del Corso, dove c’erano gli uffici di Craxi, Amato, Acquaviva (capo della segreteria Psi, ndr). Un po’ difficile che il dottor Romiti venisse a parlare con Acquaviva: lo escluderei. Penso che abbia parlato con Craxi e con Amato. Balzamo mi disse 48 ore più tardi che dopo quell’incontro i rapporti di sostegno finanziario dalla Fiat erano molto migliorati (infatti, il 12 marzo 1992, arrivò su un conto estero del Psi una mazzetta Fiat di 4 miliardi, ndr). G: “Romiti con chi aveva rapporti, nel Psi?”. D:“Più che direttamente col segretario, penso con Amato. Dico questo perché, sulla strategia degl’investimenti della Fiat nel Mezzogiorno, io espressi perplessità ed ho trovato sempre un contraddittorio in Amato e in Acquaviva... L’ultima grande questione che ha impegnato a livello politico è stato l’i nve s t i  mento di Melfi. Una decisione presa due anni prima d’intesa con la Fiat dal governo, che stanziava un incentivo molto cospicuo che se non sbaglio arrivava a circa 3 mila miliardi. Nel ’92 la situazione si era bloccata: la carenza di denari dell’Agenzia per il Mezzogiorno bloccava questa erogazione e i lavori di Melfi. Ci voleva un rifinanziamento con nuova legge di bilancio”. G: “Ci furono pressioni della Fiat sul governo?”. D: “Da Fiat presumibilmente ce ne sono state: doveva costruire lo stabilimento e doveva incassare i soldi, senza i quali non avrebbe costruito Melfi. Ricordo che si è discusso di questo problema con Amato: io ero perplesso. Dicevo che gli investimenti nel Mezzogiorno avevano finanziato grandi complessi industriali che non avevano creato indotto, e si erano risolti nelle solite cattedrali nel deserto. Amato invece aveva una considerazione completamente diversa: ‘Sì, vabbè, ma si deve realizzare, si deve fare’. . .”. E i soldi, puntualmente, arrivarono. Quelli del contribuente, alla Fiat. Quelli della Fiat al Psi. Un commissario a Tangentopoli. Tanto tuonò che piovve: dopo gli scandali degli anni 80 a Torino, Genova, Milano e Viareggio, che vedono il Psi alla guida del partito trasversale delle mazzette, nel 1992 il pool di Milano scoperchia l’intero sistema. Il primo arrestato è Mario Chiesa, il “mariuolo” del Pio Albergo Trivulzio. Poi è la volta di altri dirigenti locali, su su fino all’ex sindaco Carlo Tognoli e a quello in carica, Paolo Pillitteri, cognato di Craxi. Trovare un socialista intonso da avvisi o manette è un’impresa. Bettino spedisce a Milano un commissario di grande esperienza accumulata con le Tangentopoli di Torino e Viareggio: Giuliano Amato.
    Nella capitale di Tangentopoli, il Dottor Sottile si distingue subito per il grande slancio moralizzatore:  “Ogni volta che da noi si scopre un mariuolo – proclama –quelli del Pds dicono che è un sistema di potere. Quando il mariuolo è loro, è una pecorella nera” (8.5.92). E ancora, lungimirante: “Se si guarda al tentativo di coinvolgere Craxi nella storia di Mario Chiesa, questo mi sembra il classico scandalo montato sul nulla per impedire che Craxi abbia l’incarico” (7.6.92). Infatti sarà proprio Chiesa a inguaiare Craxi. Il premier di Bettino. Dopo le elezioni-terremoto del 6-7 aprile (quadripartito al minimo storico del 51% e boom della Lega Nord) e la strage di Capaci del 23 maggio, il nuovo presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro deve nominare il nuovo premier al posto di Andreotti. L’accordo Dc-Psi prevede il ritorno di Craxi a Palazzo Chigi, ma dopo le confessioni di decine di politici e imprenditori milanesi al pool di Di Pietro & C. si prevede anche per lui il primo avviso di garanzia. E, con l’aria che tira, Scalfaro non ha alcuna intenzione di battezzare un governo nato morto. Le alternative sono Amato e Claudio Martelli, il delfino, che però sta prendendo le distanze da Bettino. Così tocca ad Amato, ritenuto più fedele al segretario. Il Dottor Sottile mette su un esecutivo che somiglia molto a un lombrosario, l’ultimo grido della Prima Repubblica: infatti nel giro di pochi mesi perderà per strada ben sette ministri, impallinati da altrettanti avvisi di garanzia per tangenti varie. Intanto c’è da tamponare la crisi economico-finanziaria, con lo Stato in bancarotta: i partiti si sono mangiati tutto, gli stipendi dei dipendenti pubblici sono a rischio, il debito è fuori controllo, i parametri di Maastricht sempre più lontani dall’essere rispettati. Amato, con la legge finanziaria di fine 1992, impone una cura da cavallo di tasse e tagli da 92 mila miliardi di lire. E, non bastando quelli, dispone nottetempo il prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti degli italiani. Molti gli rimprovereranno una politica monetaria suicida, con la difesa a spada tratta della lira per tutta l’estate e la successiva svalutazione del 30 per cento, con annessa uscita dallo Sme (il sistema monetario europeo). I suoi futuri amici del Pds lo trattano come un incapace e un affamatore del popolo. Anche Giorgio La Malfa lo attacca a testa bassa: “La decisione di svalutare è tardiva. Il governo Amato porta la responsabilità di aver costretto le autorità monetarie a svenarsi nelle loro riserve valutarie”. Poi, chissà perché, Amato tornerà a essere un genio della finanza.

    Poker d’assi alla toilette.
      Sentendosi braccato dai pm e tradito da Martelli che vuole “restituire l’onore perduto ai socialisti”, Craxi decide di investire Amato della successione in via del Corso. Anche perché il Dottor sempre meno Sottile gli dà una buona mano nell’attacco ai magistrati. Il 27 agosto 1992, con mirabile sensibilità istituzionale, il presidente del Consiglio partecipa alla segreteria del Psi convocata da Bettino per scatenare l’offensiva dei dossier contro Di Pietro e preceduta da alcuni minacciosi corsivi anonimi (cioè suoi) sull’Ava n t i !  Persino il Guardasigilli Martelli capisce che non è il caso di andarci. Amato invece ci va. Dirà poi di non essersi accorto dello scopo della riunione perché, nel momento topico, si era assentato per andare alla toilette. In realtà – secondo diversi testimoni  – in quel nobile consesso furono esaminate alcune informative e dossier dei servizi segreti su Di Pietro (la Mercedes usata, il telefonino, qualche prestito, le amicizie con alcuni socialisti milanesi suoi futuri indagati) e i risultati di attività spionistiche illegali sui pm di Milano. Rino Formica, all’uscita, dichiara: “Bettino ha in mano un poker d’assi”. “Amato  – racconterà Di Donato – era rimasto a bocca aperta per le rivelazioni e come tutti si era sentito rassicurato per il futuro”. Altro che toilette. Servizi & dossier. Ecco il racconto di Carlo Ripa di Meana, allora ministro dell’Ambiente e amico di Craxi, interrogato nel 1995 dal pm bresciano Fabio Salamone:  “Amato (nell’estate  ’92,  ndr) mi disse: ‘Io ho i rapporti del capo della Polizia (Vincenzo Parisi, ndr)e di tutti i servizi, che dicono che bisogna fermare questo pool, e in particolare Di Pietro, perché questi stanno mettendo in pericolo le istituzioni’...”. Altri particolari Ripa di Meana li racconta nella sua autobiografia (Cane sciolto, Kaos, 2000): “La stretta arrivò in estate, quando Craxi con una serie di corsivi sull’Avanti! cercò di intimidire i magistrati milanesi di Mani Pulite... Trovavo inaccettabile il silenzio del governo (Amato, ndr) che non aveva aperto bocca per difendere l’indipendenza dei giudici... Pensavo che Craxi dovesse essere fermato prima che completasse la propria rovina personale e quella del Partito socialista... Decisi che avrei scritto una lettera aperta ai magistrati milanesi (‘Fate un lavoro necessario. Chi vi attacca per fermarvi sbaglia’) e che comunque avrei rotto col governo, con il partito e col mio amico Bettino... Giuliano Amato mi rimproverò: disse che l’azione giudiziaria di Mani Pulite – come indicavano i Servizi e il capo della Polizia Parisi – era un pericolo per le istituzioni. Poi il confronto tra noi dinanzi al magistrato di Brescia, con Giuliano che pretendeva di negare tutto...”.

    Nel gennaio del 1993 Bettino Craxi è ormai sepolto sotto una raffica di avvisi di garanzia e prepara le dimissioni da segretario del Psi. Amato, da Palazzo Chigi, lo difende:  “Craxi inquisito? Ogni volta che una persona che ha avuto una sua grandezza è in difficoltà, c’è una tendenza a scaricargli tutte le responsabilità addosso: ma questo non si fa, né con i vivi né con i morti” (16-1-93). Il 9 febbraio l’architetto socialista Silvano Larini, collettore delle tangenti milanesi al Psi, rientra dalla latitanza e inizia a collaborare con il pool Mani Pulite e svela i contorni del Conto Protezione: il deposito svizzero a lui intestato su cui negli anni 80 il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, complice Licio Gelli, girò una stecca di 8 miliardi di lire a Craxi su indicazione diMartelli, oraministro della Giustizia.Ma Di Pietro&C. stanno arrivando al cuore di Tangentopoli con le indagini su Enimont-Montedison (l’affare che vede implicato l’intero vertice del pentapartito e che Amato a suo tempo seguì molto da vicino), sul Gotha della finanza italiana (Fiat, Fininvest, Ligresti) e delle Partecipazioni statali (Eni, Iri, Enel), ma anche sulle tangenti rosse (il 1° marzo verrà arrestato Primo Greganti, il “com  pagno G”della finanza occulta del Pci-Pds). Sta per saltare il sistema marcio e consociativo che ha retto l’Italia negli ultimi vent’anni.
     Ecco Amato pronto al salvamento. “Bettino, abbi fede”.
     Il 9 febbraio, mentre Larini canta in Procura, su carta intestata “Il Presidente del Consiglio dei ministri”, con tanto di stemma della Repubblica Italiana, il premier Amato scrive di suo pugno una lettera non protocollata all’ami  co Bettino – indagato per corruzione, concussione e finanziamento illecito e furibondo con lui perché il suo governo non fa nulla contro i magistrati – per suggerirgli la linea difensiva e rassicurarlo sul colpo di spugna che sta preparando. “Caro Segretario, prendo a calci i primi mattoni di un muro di silenzio che non vorrei calasse fra noi. E vorrei chiederti invece di avere fiducia in quel che io sto cercando di fare. Occorre certo che passi qualche giorno, che la situazione delle imprese, e non solo della politica, appaia (come del resto già è) insostenibile. È inoltre realisticamente utile che la macchia d’olio si allarghi. Neppure a quel punto credo che sarà possibile estinguere reati di codice. Ma credo che l’estensione per essi dei patteggiamenti e delle sospensioni condizionali sia una strada percorribile. Sto conquistando su questo preziosi consensi. E ritengo che si ottengano così procedure non massacranti, che evitano la pubblicità devastante dei dibattimenti e forniscono possibilità di uscita. Se posso darti un consiglio personale, ricomponi le tue linee difensive: tu hai detto che sapevi – come tutti – che c’erano dei finanziamenti irregolari. Ora neghi di aver avuto conoscenza delle singole cose che ti vengono addebitate. Ciò significa che neppure tu sapevi quanto fosse ramificata, estesa e legata a fatti specifici di corruzione o concussione la provvista dei fondi irregolari. Questo ho tentato di suggerire quando ho toccato il tema alla Camera. Per il partito sto facendo così come mi hai chiesto di fare: non interferisco nella scelta (del successore alla segreteria, ndr). Ma mi sta a cuore il massimo di unità. Per questo un’invenzione, caso mai accanto a Benvenuto, sarebbe utile. Lo scontro in Assemblea è comunque pericoloso. Anche se Claudio mi pare ormai in pericolo. Apprendo che, se ci fosse un riscontro a ciò che ha detto Larini, già sarebbe partito un avviso per concorso in bancarotta fraudolenta (del Banco Ambrosiano, ndr). Io sono qua. E continuo ad esserti grato ed amico. Giuliano”. Il Dottor Spugna. Detto, fatto. Mentre in privato il premier assicura gratitudine e amicizia al plurinquisito e dichiara in Senato che “la questione morale è diventata di prepotenza prioritaria”, Amato lavora alla “soluzione politica di Tangentopoli”.
    È lui a ispirare il decreto del 5 marzo che depenalizza il reato di finanziamento illecito ai partiti, firmato dal nuovo ministro della Giustizia Giovanni Conso, subentrato a Martelli dopo le sue dimissioni dell’11 febbraio per l’indagine sul Conto Protezione. Un mega-colpo di spugna sulle indagini su Tangentopoli, senz’alcuna sanzione neppure politica o amministrativa per i colpevoli. Scalfaro e i presidenti delle Camere, Napolitano e Spadolini, sconsigliano. Conso tentenna. Ma il premier tira dritto. “Amato garantì l’‘assen  so preventivo del Colle’”, ricorderà Ripa di Meana, che in totale dissenso si dimette da ministro dell’Ambiente e poi dal Psi. Ma non è vero, anzi Scalfaro ha posto precisi paletti alla “so  luzione politica”: “Mi raccomando, dovete scrivere che chi confessa e patteggia per finanziamento illecito deve rinunciare per sempre alla vita pubblica”. Invece nel decreto c’è scritto soltanto che l’illecito finanziamento non è più reato, ma una semplice infrazione amministrativa, punibile con una semplice multa, senza alcuna interdizione dai pubblici uffici. Non solo: c’è pure il bavaglio alla stampa col ripristino del segreto istruttorio, che il nuovo Codice penale del 1989 aveva abolito per venire incontro alle esigenze dell’informa  zione e della trasparenza: nessuno potrà più sapere nulla delle indagini fino al processo.
    La bugia sottile.
     “Non è un colpo di spugna, abbiamo fatto esattamente quel che ci han chiesto i giudici di Milano, Di Pietro e Colombo”, dichiara Amato. Ma anche questa è una balla. Per il procuratore Francesco Saverio Borrelli la misura è colma. Il 7 marzo, di domenica, convoca la stampa e legge il comunicato che lo sbugiarda: “Co  me magistrati abbiamo il dovere inderogabile di applicare le leggi dello Stato quali che esse siano... Non consentiamo però a nessuno di presentare come da noi richieste, volute o approvate, le iniziative in questione... Ciascuno si assuma davanti al popolo italiano le responsabilità politiche delle proprie scelte, senza farsi scudo del nostro operato o delle nostre opinioni. Che sono esattamente opposte al senso dei provvedimenti adottati. Il prevedibile risultato delle modifiche legislative approvate sarà la totale paralisi delle indagini e la impossibilità di accertare fatti e responsabilità di coloro che li hanno commessi. Senza contare che così si disincentiva qualunque forma di collaborazione”. Migliaia di cittadini indignati inondano di fax le redazioni dei giornali e scendono in piazza in molte città per protestare. Lega, Rete e Msi sparano a palle incatenate contro il  “governo degli inquisiti”. Il Pds, inizialmente tiepido, non vuol farsi scavalcare. Scalfaro convoca Amato nella sua residenza privata, presenti anche Spadolini e Napolitano. Questo decreto – gli dicono tutti e tre – non s’ha da fare. In ogni caso, il presidente non lo firma, anche perché interferisce con una materia – il finanziamento ai partiti – che il 18 aprile sarà oggetto di un referendum popolare (che l’abolirà a furor di popolo), dunque è di dubbia costituzionalità. Il vaffa diMax. Ridotto a pugile suonato dal gran rifiuto di Scalfaro, Amato schiuma di rabbia contro il Pds, accusandolo di aver avallato (all’indomani dell’arresto del Compagno G) e poi impallinato il decreto: “Quella del Pds è pura doppiezza. In privato m’invitano a rimanere, in pubblico ad andarmene, e con parole di violenza inaudita, intollerabile. E anche D’Alema era d’accordo sul decreto Conso” (10-3-1993).
     D’Alema, vicesegretario Pds, replica al fulmicotone, definendo il suo governo “pericoloso” e il premier un cacciaballe:  “Lo dico e lo ripeto: Amato è un bugiardo e un poveraccio. È uno che deve far di tutto per restare lì dov’è, sulla poltrona. Ma che devo fare? Devo dire vaffanculo...” (La Stampa, 11-3-1993). “Mi ritiro”, anzi no. Il 16 marzo se ne discute alla Camera. Amato parla in un clima da bolgia infernale, fra i leghisti che urlano  “ladri, ladri!” e i missini che roteano guanti bianchi e spugnette variopinte. Il leghista Luca Leoni Orsenigo sventola un cordone annodato a mo’ di cappio. Il missino Carlo Tassi, in camicia nera, fa ciondolare un paio di manette. Napolitano, paonazzo in volto, perde più volte la pazienza ed espelle questo e quello. Un mese dopo, all’indomani dei referendum sui soldi ai partiti e sulla legge elettorale maggioritaria, Amato si dimette da premier e dalla vita politica. “Per cambiare – annuncia all’aula di Montecitorio – dobbiamo trovare nuovi politici. Per questo, confermo che ho deciso di lasciare la politica, dopo questa esperienza da primo ministro. Solo i mandarini vogliono restare sempre e io sono in Parlamento ormai da dieci anni”. Del resto, un mese prima, era stato ancor più esplicito: “Intendo dare per primo l’esempio: quando fra un giorno, fra un mese o più in là chiuderò questa esperienza di governo, mi ritirerò dalla politica. Non farò come certi che vorrebbero essere protagonisti del vecchio, del nuovo e del nuovissimo” (10-2-1993).
     “Con tutto il rispetto per la persona di Amato  – si domanda Veltroni sull’Unità – è immaginabile un nuovo governo dell’ex vicesegretario del Psi?”. Ma sì che è immaginabile. Arriverà nel 2000, con l’appoggio di Veltroni e D’Alema. Intanto al suo posto s’insedia il governo tecnico di Carlo Azeglio Ciampi, che fin dal primo giorno subisce i rimbalzi di Tangentopoli. Il 29 aprile la Camera nega alcune autorizzazioni a procedere contro Craxi: Amato non c’è (forse è di nuovo in bagno?) e tiene a farlo sapere: “Per me sarebbe stato particolarmente difficile decidere come votare”. Da allora se ne perdono le tracce per circa un anno (che sia rimasto chiuso nella toilette?). Il trust dei fiammiferi. La discesa in campo di Berlusconi non lo trova impreparato: non si candida, ma appoggia il Patto Segni, alleato al Centro con il Ppi di Mino Martinazzoli. Il Cavaliere comunque stravede per lui, memore dei decreti pro Fininvest. E nelle prime riunioni preparatorie di Forza Italia ad Arcore si spertica in elogi, esortando con Gianni Letta e Fedele Confalonieri i direttori dei giornali e delle tv del gruppo a sostenere il suo governo.
    Infatti, il 9 novembre 1994, il premier Caimano sceglie proprio Amato come presidente dell’Autorità garante della Concorrenza (l’Antitrust):  “È una personalità di prestigio indiscusso e di grande competenza giuridica”, spiega: “L’autore  volezza del presidente Amato è garanzia di indipendenza e di obiettività di giudizio”. Lì, per tre anni, il Dottor Sottile sarà talmente indipendente e obiettivo da non accorgersi del più spaventoso  trust editoriale e pubblicitario del mondo: quello della Fininvest di Berlusconi, che lui stesso ha contribuito a creare. In compenso spezza le reni a un trust ben più grave e minaccioso contro il libero mercato: le scatole di fiammiferi. Che – denuncia – possono ospitare pubblicità a differenza degli accendini. Furibondo, Amato scrive una lettera grondante di sdegno ai presidenti delle Camere, al premier Prodi e al ministro Bersani perché provvedano immantinente: “Fiammiferi e accendini sono prodotti che assolvono alla stessa funzione d’uso e l’esistenza di due distinte discipline normative determina una disparità ingiustificata di trattamento a favore delle imprese attive nella produzione e commercializzazione di fiammiferi”. Ecco perché non vede il caso Fininvest: ha sempre un fiammifero negli occhi. Da Squillante a D’Alema.  Nel 1996 il suo nome torna nelle cronache giudiziarie per le intercettazioni e i tabulati telefonici del giudice Renato Squillante, il capo dei Gip romani di stretta osservanza socialista e poi berlusconiana, arrestato per corruzione giudiziaria: poco prima della cattura, “Renatino” si consultava con Amato e Antonio Maccanico per decidere se accettare o meno la candidatura al Senato in Forza Italia. Nel 1997 Amato si butta a sinistra. È un fedelissimo di D’Ale  ma (quello che quattro anni prima lo mandava “affanculo”), il quale lo vorrebbe al suo fianco nel progetto della “Cosa 2”, per una nuova formazione di sinistra socialdemocratica che affossi l’Ulivo del premier Romano Prodi. B. è raggiante: “Non dobbiamo intravedere in questo progetto qualcosa di negativo per il Polo” (3-7-1996). Amato è molto tentato, ma basterà un fax da Hammamet per mandare tutto in fumo.

    Ai primi del 1997, in pieno inciucio Bicamerale, Giuliano Amato si appresta ad affiancare D’Alema nel progetto “Cosa-2”: una nuova formazione di sinistra socialdemocratica fra ex-Pci ed ex-Psi che seppellisca l’Ulivo del detestato Prodi. S’incarica Bettino Craxi a sbarrargli la strada, con un semplice fax da Hammamet. “Becchino vomitevole”. “Giu  liano Amato – scrive il Latitante il 7 febbraio – tutto può fare salvo che ergersi a giudice delle presunte malefatte del Psi, di cui egli, al pari degli altri dirigenti, porta semmai per intero la sua parte di responsabilità... Ma guardacaso, forte delle sue amicizie e altolocate protezioni, a lui non è toccato nulla di nulla. Buon per lui...”. Dopo averlo definito  “becchino del Psi”, “trasformista”, “voltagabbana”, “una cosa vomitevole come tutti i craxiani che son diventati anticraxiani”, “un opportunista che strisciava ai miei piedi e ora striscia a quelli degli altri per salvarsi la pelle”, Craxi aggiunge che “con le cattive abitudini contratte dal Psi, finanziamento illegale in testa, Amato è stato a contatto quotidiano”, il che un giorno  “potrebbe risultare in modo inconfutabile”. E ricorda maligno che  “i suoi rapporti personali con l’amministratore Vincenzo Balzamo erano diretti ed eccellenti... Egli era perfettamente al corrente della natura complessiva del finanziamento del partito. Egli non poteva non sapere... Di questi finanziamenti egli si è sempre avvalso naturalmente e personalmente per le sue spese di lavoro politico, per le sue campagne elettorali che furono sempre finanziate dal partito, tanto in sede nazionale che locale. Anche in questo caso non credo che il tutto avvenisse tramite assegni e trasferimenti bancari documentati”. E qui pare proprio che Craxi alluda alle storie del 1983, alla colletta e agli assegni dei vecchi amici Rolando e Coda-Zabet. Testuale: “Resta inoltre da considerare se, per far fronte alle spese delle sue campagne elettorali, furono organizzate, come pare, anche raccolte di fondi che non rientravano nel controllo dell’amministrazione centrale”. Non solo:  “È certamente toccato a Giuliano Amato di occuparsi di iniziative, strutture e progetti di interesse del partito e che tuttavia comportavano un interessamento diretto, ed incarichi specifici di collaborazione con l’ammini  strazione del Psi”. Il tutto, “sen  za che mai Amato esternasse le sue perplessità per il sistema generale su cui si imperniava il finanziamento del partito, parte del quale in aperta e risaputa violazione della legge”. Ma  – chiude minaccioso Bettino – “di tutto ciò si può tornare a parlare più nel dettaglio”. Si ritira un’altra volta. Un paio di mesi dopo, ad aprile, Amato anticipa che a ottobre si dimetterà dall’Antitrust e annuncia per l’ennesima volta il suo ritiro dalla politica:  “Torno all’inse  gnamento a tempo pieno, non potrò avere altri incarichi”. Il ritiro dura meno di un anno. Poi
    D’Alema, che ha rovesciato Prodi nell’ottobre 1998, lo richiama in servizio come ministro delle Riforme istituzionali. Nel 1999 si elegge il nuovo presidente della Repubblica. E Berlusconi, guarda un po’, punta su Amato. Ma passa Ciampi. E Amato lo rimpiazza al Tesoro. Il 19 gennaio 2000 muore Craxi e lui è l’unico ex big socialista a disertare il suo funerale ad Hammamet. Però gli ha scritto qualche giorno prima, per assicurargli che si stava prodigando per farlo rientrare in Italia con un salvacondotto. La sua specialità. “Giuliano scrive bene – ha commentato Craxi morente nell’ospedale militare di Tunisi – ma non dice nulla. È quello che s’è comportato peggio”. Insieme al cuore di Bettino, smette di funzionare anche il suo fax. E l’ex Ghino di Taschino è pronto alla grande rentrée. D’Alema intanto vacilla e B. punta a un governissimo con Amato premier. “Io al posto di D’Alema? Per me il problema non esiste. Che cosa cambierebbe fare un nuovo governo?”,
    sguscia via Topolino (7-11-1999). Infatti, nell’aprile 2000, prende il posto di Max, sconfitto alle elezioni regionali. E torna a Palazzo Chigi, sette anni dopo il primo ritiro irrevocabile dalla politica. “Purtroppo c’è la Costituzione”. Nell’anno e poco più che resta alla fine della legislatura, il governo Amato riesce a varare alcune leggi vergogna che non erano riuscite neppure a B.. Una è quella – firmata dal guardasigilli Piero Fassino –che, di fatto, abolisce i pentiti di mafia, proprio ora che cominciano a parlare della trattativa con lo Stato nel 1992-’93, durante il suo primo governo. L’altra è la legge penale tributaria, che istituisce soglie altissime di non punibilità per l’evasione e la frode e depenalizza l’uso delle false fatture (un regalo a Dell’Utri, che ottiene un forte sconto di pena nel suo processo per i conti truccati di Publitalia) e “l’indicazione di importi diversi da quelli effettivamente corrisposti” dalle aziende ai dipendenti (un omaggio a Romiti, che incassa uno sconto anche lui per i compensi fuoribusta ad alcuni dirigenti Fiat). Memorabile poi la sua dichiarazione sul Gay Pride del 2000, l’anno dei Giubileo della Chiesa: il  “laico” Amato avrebbe tanto voluto impedire il corteo degli omosessuali nella Città Santa, ma non può perché “purtroppo c’è la Costituzione”. Un ottimo viatico per la futura nomina a giudice costituzionale.

    Ministro di Polizia & Indulto.
    Nel 2001, dopo il suo secondo governo, Amato è rieletto senatore dell’Ulivo e nel 2002 vicepresidente della prestigiosa Convenzione europea che riscrive la Costituzione Ue. Nel 2006 passa alla Camera come deputato dell’Unione. Allo scadere di Ciampi, è uno dei preferiti di B. al Quirinale, ma vince Napolitano. Lui deve accontentarsi del ministero dell’Interno. Come tale, dovrebbe dire qualcosa sull’indulto ex t ra l a rg e vota  to da destra, centro e sinistra (tranne Di Pietro, Lega, An e Pdci). An lo chiama in Parlamento per spiegare gli effetti devastanti del  “liberi tutti”: lui non ci va e non dice una parola. Poi, quando la frittata è fatta e 26 mila detenuti sono usciti di galera, tornando in gran parte a delinquere, fa sapere di aver votato l’indulto “con grande sofferenza”. Chissà, forse anche quella volta era alla toilette. A quel punto, col nuovo boom della criminalità, cambia pelle e diventa sceriffo: non contro i delitti dei colletti bianchi, ma contro lavavetri, ambulanti, mendicanti. Ai clienti delle prostitute vuole mandare la multa a domicilio, i graffitari sogna di punirli con un nuovo reato di “porto non autorizzato di bomboletta spray”. Poi va a Palermo a commemorare Falcone e a insegnare legalità. Uno studente gli ricorda i 25 condannati in Parlamento, lui lo zittisce: “Sei un piccolo capetto populista, sono reati minori”. Tipo mafia, corruzione, bancarotta, frode, cosette così. Il Poltronissimo. Col ritorno di B. al governo nel 2008, Amato annuncia per la terza volta il suo ritiro dalla politica. E impiega il tempo libero dedicandosi al suo hobby preferito: oltre al tennis (di cui ha dato prova in una memorabile puntata di Porta a Porta con Adriano Panatta), la collezione di poltrone: 77 in trent’anni. Roba da far invidia a “Divani & Divani”. Nel 2009 diventa presidente dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani. Già membro del Comitato nazionale per il Pd (2007) e poi del Coordinamento nazionale del nuovo partito (2008), nel
    2010 accetta l’invito del sindaco ex fascista Gianni Alemanno di presiedere la “commissione Attali” all’amatriciana del Comune di Roma, con l’amico Bassanini al seguito, salvo andarsene dopo appena un mese. Intanto diviene consulente in Italia per la Deutsche Bank e presidente onorario della Fondazione “Il  debrando Imberciadori” per la ricerca storica. Nel 2011 è presidente del Comitato dei Garanti per i 150 anni dall’Unità d’Italia e candidato dal Pd a vicepremier con Gianni Letta nel governo Monti, ma non se ne fa niente: Monti però lo nomina suo consulente per i tagli ai finanziamenti pubblici ai partiti (in qualità di intenditore). Nel 2012 è presidente della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, di cui già presiede l’associazione ex-allievi. E presidente dell’In  ternational advisory board di Unicredit. Nel 2013, come sempre, è il favorito di B. (e di Napolitano) al Quirinale, ma non passa e Re Giorgio resta. Allora corre per presiedere il governo di larghe intese, ma gli viene preferito Enrico Letta. Intanto nel 2010 si dà un gran daffare per sponsorizzare Giuseppe Mussari, presidente del Montepaschi di Siena, alla presidenza dell’Abi; ma anche per ottenere da lui un finanziamento al Circolo Tennis Orbetello, di cui Amato è ovviamente presidente onorario. Ecco una delle telefonate fra i due, intercettate dai pm di Siena il 1° aprile 2010: Amato: “Mi vergogno a chiedertelo, ma per il nostro torneo a Orbetello è importante perché noi siano ormai sull’osso, che rimanga immutata la cifra della sponsorizzazione. Ciullini ha fatto sapere che il Monte vorrebbe scendere da 150 a 125“. Mussari: “Va bene, ma la compensiamo in un altro modo“. A:  “Guarda un po’ se riesci, sennò io non saprei come fare… Trova, ce l’hai un gruppo? La trovi?”. M: “La trovo, contaci“. Al culmine delle polemiche per la sua mega-pensione da 31 mila euro e rotti al mese (dato da lui contestato, perché assicura di devolverne una parte in beneficenza, senza peraltro precisare a chi, e di percepire la mi-
    seria di 22 mila euro mensili), Amato fa causa al Fatto Quotidiano per 500 mila euro. E scrive una lettera strappalacrime a Re  p u b b l i ca  : “Io non faccio parte della Casta”. In mancanza del genitore, provvede Stefania Craxi a ricordargli il suo passato: “Se papà era capo di un partito di ladri, Giuliano era il vice-ladrone”. Nel settembre 2013 l’amico Napolitano (con cui condivide anche il ruolo di testimone nel processo sulla trattativa Stato-mafia) gli trova finalmente
    un posto a sedere: quello di giudice costituzionale. Nella speranza che stavolta da quel trampolino di lancio, alla tenera età di 77 anni, 23 anni dopo le sue prime dimissioni irrevocabili, riesca a spiccare il volo verso l’amato Colle. O l’Amato colle. Il Caimano, tanto per cambiare, tifa per lui. E così l’ex re Giorgio, la vecchia Curia vaticana, l’am  basciata americana, un pezzo di Confindustria, Eugenio Scalfari eil  Co r r i e ro n e  , la lobby trasversale degli ex-Psi e quella dei giuristi-corazzieri alla Manzella e alla Cassese, ma anche i dalemiani e molti bersaniani. Lui, con mirabile tempismo, raccoglie in un libro last minute del Mulino i suoi saggi giuridici degli ultimi cinquant’anni. Dall’Oltretomba però il vocione di Bettino che l’ha accompagnato per tutta la vita torna a farsi sentire per bocca della figlia Stefania. Che, intervistata dal Fatto Quotidiano su eventuali fascicoli ancora inediti su Amato nell’archivio paterno, risponde soave: “Può darsi”.

      La data/ora di oggi è Gio Nov 23, 2017 6:42 pm